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LE VOCI DELLA GUERRA - RACCONTO 01

La treccia

Una ragazza, una valigia, una guerra che non è ancora davvero cominciata.

«La guerra non cominciava quando si sentivano gli spari. Cominciava quando le cose normali continuavano a esistere senza di te.»

di Luisa Pesarin · Collana Parole che contano

La Treccia

La madre non voleva tagliarglieli.

Aveva preso le forbici dal cassetto della cucina e le teneva in mano da quasi un minuto, senza usarle.

Vera sedeva davanti alla finestra, su uno sgabello basso. Fuori, il cortile era ancora umido per la pioggia della notte. Una gallina razzolava accanto al muro. Dalla strada arrivava il rumore lontano di un camion.

«Mamma.»

La donna non rispose.

«Devi farlo.»

«Non devo fare proprio niente.»

Vera sorrise.

Aveva diciannove anni e, fino a quel momento, aveva creduto che a diciannove anni si fosse già adulti.

Ne era stata convinta quando aveva consegnato i documenti.

Quando aveva mentito dicendo di non avere paura.

Quando aveva promesso che sarebbe tornata.

Adesso, seduta davanti a sua madre con la treccia che le arrivava quasi alla vita, si sentiva di nuovo una bambina.

«Con questi capelli non posso partire.»

La madre appoggiò finalmente le forbici sul tavolo.

«Allora non partire.»

Vera non disse niente.

Lo avevano già detto troppe volte.

Non partire.

Rimani.

Sei troppo giovane.

Ci sono già abbastanza uomini.

Qualcun altro lo farà.

Poi erano arrivate le lettere dal fronte. I nomi dei ragazzi del paese avevano cominciato a sparire dalle conversazioni e ad apparire sulle buste listate di nero.

Alla farmacia di suo padre mancavano medicine.

All'ospedale mancavano infermiere.

Ovunque mancava qualcuno.

Vera aveva deciso che non poteva più aspettare.

«Taglia.»

La madre prese di nuovo le forbici.

Raccolse la treccia nella mano sinistra.

Era spessa, scura, lucida.

La stessa che aveva pettinato ogni mattina da quando Vera era abbastanza grande da stare ferma davanti allo specchio.

La stessa che aveva intrecciato il primo giorno di scuola.

La stessa che aveva sistemato con un nastro bianco per la comunione.

La stessa che un ragazzo, una volta, aveva tirato per scherzo durante una festa.

Vera ricordava ancora di essersi voltata furiosa.

Non ricordava più il nome del ragazzo.

Le forbici fecero fatica al primo colpo.

Un rumore secco.

Poi un altro.

Quando la treccia si staccò, Vera sentì improvvisamente freddo sulla nuca.

La madre rimase immobile.

Aveva la treccia in mano.

Sembrava qualcosa che appartenesse a un'altra persona.

«Buttala.»

La madre la guardò.

«No.»

Prese un nastro rosso da una scatola di cucito e lo legò attorno all'estremità.

Poi avvolse la treccia in un pezzo di stoffa.

«Mamma, davvero…»

«Tornerai a prenderla.»

Vera rise.

«E cosa dovrei farmene?»

La madre sistemò la stoffa dentro una piccola scatola di legno.

«Quando tornerai, deciderai.»

Fu l'ultima cosa di cui parlarono quella mattina.

Alla stazione c'erano centinaia di persone.

Donne che stringevano pacchi.

Vecchi che fumavano.

Bambini appesi alle gonne delle madri.

Soldati che cercavano il proprio reparto.

Qualcuno piangeva.

Qualcuno cantava.

Qualcuno gridava nomi che si perdevano sotto il fischio della locomotiva.

Vera teneva una piccola valigia marrone.

Dentro aveva due camicie, biancheria, un pettine, un quaderno, una fotografia dei genitori e un pezzo di sapone.

Sua madre aveva insistito perché portasse anche un vestito.

«Non vado a ballare.»

«Portalo.»

«Non servirà.»

«Portalo.»

Alla fine Vera l'aveva infilato nella valigia.

Blu scuro.

Quello con cui era andata alla festa d'estate dell'anno precedente.

Non l'avrebbe mai indossato.

Ma ancora non lo sapeva.

Sul treno trovò posto vicino al finestrino.

Di fronte a lei sedeva una ragazza magrissima con stivali così grandi che sembravano appartenere a suo padre.

«Tamara.»

«Vera.»

La ragazza guardò i capelli appena tagliati.

«Ti stavano meglio lunghi?»

Vera rise.

«Come fai a saperlo?»

«A tutte stavano meglio lunghi.»

Era la prima volta che Vera sentiva quella frase.

Non sarebbe stata l'ultima.

Poco dopo arrivò un'altra giovane donna. Avrà avuto vent'anni. Portava un piccolo specchio nella tasca della giacca.

«Anja.»

Passò metà del viaggio a cantare sottovoce.

Quando qualcuno le chiedeva di smettere, smetteva.

Dopo cinque minuti ricominciava.

A metà pomeriggio salirono due ufficiali.

Controllarono documenti e destinazioni.

Poi il treno ripartì.

Vera guardò fuori.

Campi.

Case.

Alberi.

Stazioni.

Ogni cosa sembrava normale.

Era questo che la disturbava.

Aveva immaginato che il mondo dovesse cambiare aspetto quando una persona partiva per la guerra.

Invece le mucche continuavano a mangiare.

Le donne continuavano a stendere il bucato.

Un bambino correva accanto ai binari agitando una mano.

Vera rispose al saluto.

Fu allora che capì, per la prima volta, che la guerra non cominciava quando si sentivano gli spari.

Cominciava quando le cose normali continuavano a esistere senza di te.

Arrivarono all'ospedale tre giorni dopo.

Ospedale era una parola generosa.

Era una scuola requisita.

Le aule erano diventate camerate.

La palestra era piena di letti.

Nella stanza degli insegnanti operavano i feriti.

Il corridoio odorava di disinfettante, sudore e sangue.

Vera rimase ferma sulla porta.

Una donna con il camice macchiato le mise in mano una bacinella.

«Tu sei nuova?»

«Sì.»

«Nome?»

«Vera.»

«Sai fare una fasciatura?»

«Sì.»

«Sai vedere un uomo morire?»

Vera non rispose.

La donna annuì.

«Lo imparerai.»

Si chiamava Marina.

Vera avrebbe ricordato quella voce per tutta la vita.

Non il volto.

Non quel giorno.

La voce.

Calma.

Stanca.

Senza una sola parola inutile.

La prima notte Vera non dormì.

Non per le esplosioni lontane.

Non per il freddo.

Non per paura.

Per le mani.

Le mani dei feriti uscivano dalle coperte.

Alcune tremavano.

Alcune cercavano qualcosa.

Alcune stringevano il lenzuolo.

Un ragazzo, forse poco più grande di lei, allungò la mano mentre Vera gli passava accanto.

Lei gliela prese.

«Mamma?»

Vera rimase in silenzio.

Il ragazzo aprì gli occhi.

«Sei tu?»

Vera avrebbe potuto dirgli di no.

Avrebbe dovuto dirgli di no.

Invece rispose:

«Sì.»

Il ragazzo smise di agitarsi.

Morì pochi minuti dopo.

Vera rimase seduta accanto al letto con la sua mano dentro quella del morto.

Marina la trovò così.

«Puoi lasciarla.»

Vera guardò le dita del ragazzo.

«Non riesco.»

Marina si chinò e separò lentamente le loro mani.

«La prima volta succede.»

«E dopo?»

Marina la guardò.

«Dopo succede ancora.»

Passarono i mesi.

Vera imparò cose che non avrebbe mai voluto imparare.

Imparò a riconoscere il sangue arterioso da quello venoso.

A cambiare una medicazione senza svegliare un uomo.

A dormire seduta.

A mangiare velocemente.

A non vomitare.

A mentire.

«Non farà male.»

«Tornerai a camminare.»

«Domani starai meglio.»

«La tua famiglia riceverà la lettera.»

Imparò che alcune bugie sono crudeli.

E altre sono misericordiose.

Ogni tanto apriva la piccola valigia.

Il vestito blu era ancora lì.

Lo toccava.

Poi richiudeva.

Una sera Anja lo vide.

«Hai un vestito?»

«Mia madre.»

Anja lo sollevò davanti a sé.

«Quando finisce la guerra lo metti.»

«Quando finisce la guerra lo brucio.»

Anja rise.

«Quando finisce la guerra io voglio un vestito rosso.»

«Rosso?»

«Rosso. E scarpe col tacco.»

Tamara, dal letto accanto, disse:

«Io voglio scarpe della mia misura.»

Risero tutte e tre.

Risero così forte che Marina entrò per vedere cosa stesse succedendo.

«Niente.»

«Si sente.»

«È vietato ridere?»

Marina le guardò.

Poi, per la prima volta, sorrise.

«No. Ma fatelo piano.»

Nel maggio del 1944 arrivò un fotografo.

Nessuno capì perché.

Qualcuno disse che servivano immagini per il comando.

Qualcun altro disse che sarebbero finite su un giornale.

Fu chiamato un gruppo di donne.

Dodici.

Vera uscì ancora con il camice addosso.

Tamara aveva gli stivali sporchi di fango.

Anja tirò fuori il piccolo specchio.

«Aspetta.»

«Che fai?»

«Almeno i capelli.»

«Quali capelli?»

Risero.

Marina arrivò per ultima.

«Facciamo in fretta.»

Si disposero davanti all'edificio.

Il fotografo guardò dentro l'apparecchio.

«Più vicine.»

Si strinsero.

«Tu dietro.»

«Io?»

«Sì, tu.»

«Guardate qui.»

Una delle ragazze continuava a voltarsi verso la strada.

Il fotografo abbassò la macchina.

«Signorina, qui.»

Lei si girò.

Per un secondo furono tutte immobili.

Dodici donne.

Una scuola trasformata in ospedale alle loro spalle.

Una guerra davanti.

«Sorridete.»

Qualcuna sorrise.

Qualcuna no.

Lo scatto durò meno di un secondo.

Molti anni dopo Vera avrebbe dimenticato nomi.

Date.

Luoghi.

A volte si sarebbe svegliata chiedendosi se una determinata cosa fosse accaduta davvero o se l'avesse soltanto sognata.

Ma ricordava perfettamente quella mattina.

Ricordava il sole.

Ricordava Anja che si aggiustava i capelli inesistenti.

Ricordava Tamara che si lamentava degli stivali.

Ricordava Marina che aveva fretta.

Ricordava persino il rumore dell'otturatore.

Non ricordava chi avesse scritto la frase sul retro della fotografia.

Prima che cominciasse davvero.

Settant'anni dopo Vera aprì una scatola di legno.

Le mani erano diventate sottili.

Le vene azzurre.

Le dita deformate dall'età.

Dentro c'erano una fotografia, un nastro rosso e qualcosa avvolto in un pezzo di stoffa.

Vera lo aprì.

La treccia era ancora lì.

Scura.

Quasi intatta.

La tenne tra le mani per qualche secondo.

Poi rise.

«Mamma.»

La stanza era vuota.

Vera accarezzò i capelli che aveva avuto a diciannove anni.

Per tutta la vita aveva creduto che il giorno in cui sua madre le aveva tagliato la treccia fosse stato il giorno in cui era partita per la guerra.

Si era sbagliata.

Quel giorno era ancora una ragazza.

La guerra sarebbe cominciata dopo.

«Quel giorno era ancora una ragazza. La guerra sarebbe cominciata dopo.»

Le voci della guerra

 

Questo è il primo racconto della serie. Ogni storia può essere letta da sola, ma tutte finiranno per comporre un unico libro.

Scrittrice in Prova
Luisa Pesarin — narrativa sociale, consapevolezza e impegno civile.

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